Albanesi
 alla riscossa

    CapturelNon solo emigrati. Sempre più spesso vengono da noi per studiare. E poi tornano a casa a lavorare. Magari per imprese italiane, come la tv Agon Channel, il caso più recente. Così sotto i nostri occhi è cambiato 
un paese

    Come parlare di Albania in poche righe, cercando di condensare tutto, esperienze personali, storia, passato e presente, per fare un quadro realistico di ciò che sta accadendo sull’altra sponda dell’Adriatico? Senza esaltare acriticamente o demonizzare preventivamente un boom economico tanto lontano dal grigiore che il nostro Paese sta vivendo?

    L’Albania nelle ultime settimane è stata al centro del gossip nazionale per via di Agon Channel, la prima televisione italiana delocalizzata all’estero. Quindi dopo aziende produttrici di ogni bene, anche una piccola parte del circo mediatico ha deciso che è di fatto più conveniente emigrare che produrre in casa. Naturalmente, nella vicenda, interessava più capire perché Sabrina Ferilli e Simona Ventura avessero deciso di “emigrare” professionalmente, piuttosto che affrontare un discorso articolato su cosa sia l’Albania oggi e quanto sia diversa dallo stereotipo che ci accompagna dalla caduta del muro di Berlino e la fine della dittatura social-comunista di Enver Hoxha durata ben 41 anni. Parte della stampa italiana era più incline a trovare giustificazioni di questa diaspora nel fallimento personale, nel malfunzionamento della televisione italiana, nella impossibilità di trovare spazi per artisti che invece ne hanno sempre trovati, che sono protagonisti da anni.

    Quindi, evidentemente, vale la pena abbandonare la strada del gossip più improduttivo e cercare la spiegazione altrove, magari proprio nella crescita economica dell’Albania cui l’Italia dovrebbe smettere di guardare come a una sorella minore, sfortunata e povera, che non potrà mai abbandonare quel suo triste ruolo di subalternità. In Albania si investe oggi perché è un Paese che offre opportunità che l’Italia non dà e che in prospettiva non riuscirà a dare. In Albania si investe perché è una scommessa che si spera di vincere, perché se è vero che è un Paese corroso dalla corruzione e dalla criminalità organizzata, se è vero che la giustizia ha enormi problemi, ciò su cui non possiamo più mostrarci ciechi è che questi problemi li viviamo anche qui da noi. Quindi fare impresa in un Paese che ha una tassa sugli utili del 15% è sicuramente per alcuni un rischio che vale la pena correre. Ovviamente rimane sullo sfondo tutta una serie di questioni che riguardano la tutela sul lavoro e i salari minimi che sono di gran lunga più bassi in confronto a quelli italiani, ma una cosa è certa, il premier albanese – giovane pittore socialdemocratico – fa della “totale assenza di sindacati” un fiore all’occhiello del suo Paese, consapevole che talvolta lungi dal tutelare le fasce più deboli, i sindacati spesso sono solo garanzia di conservazione e privilegi. A oggi, le imprese italiane attive in Albania sono più di 350 e, secondo il governo albanese, danno lavoro a 120mila persone.

    Confronto questi dati con un ricordo personale. Non dimenticherò mai la prima volta che a fine anni Novanta ho conosciuto degli albanesi, miei coetanei. Vivevo in Germania e in autobus presi a parlare con dei ragazzi che conoscevano la mia lingua. Io ero uno studente Erasmus e loro lavoravano in un cantiere poco fuori città. Avevo capito che erano albanesi perché parlavano bene l’italiano, ma non abbastanza da camuffare un accento che non mi sembrava appartenere a nessun dialetto. Eppure non volevano dirmi da quale città venissero e quale percorso avessero fatto per trovarsi a Colonia. Quei ragazzi con il tempo li conobbi meglio e capii che avevano avuto vergogna. Vergogna di essere giudicati. Vergogna di avere dovuto chiedere asilo all’Italia. Perché noi ci siamo sentiti inondati, invasi. Perché non abbiamo saputo essere accoglienti. Caratteristica questa che contraddistingue la nostra politica ancora oggi.

    Quei ragazzi erano identici a me, ma io studiavo e loro per lavorare avevano dovuto girare mezza Europa. In quegli anni erano in pochi a presagire il collasso economico che ci sarebbe stato e io mi sentivo fortunato. Fortunato di essere italiano. Ora guardo all’Albania, un Paese in crescita, candidato a entrare nell’Unione Europea, un Paese da cui ancora si parte per raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico, ma ora rispetto al passato sempre più spesso per studiare. Per studiare e per poi tornare in patria, tanto all’Italia è rimasto davvero poco da offrire. /espresso.repubblica.it/

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